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Turchia e Iran, è “liberi tutti”. Lo scoppio dell’emergenza sanitaria ha riproposto la questione dell’amnistia in relazione al sovraffollamento delle carceri non soltanto in Italia e nel resto d’Europa. Interessanti, da questo punto di vista, sono i casi di Turchia e Iran, che hanno attirato l’attenzione delle cronache internazionali per l’esclusione dei numerosi prigionieri politici dai provvedimenti di clemenza adottati dai rispettivi regimi. Nella Turchia di Erdogan, travolta anch’essa dalla pandemia, le carceri sono piene fino all’orloper l’arresto di decine di migliaia di supposti dissidenti, a partire dal presunto golpe fallito dai “gulenisti” nel luglio 2016. Quale migliore occasione dell’epidemia per mostrare benevolenza verso i propri oppositori, concedendogli l’amnistia in segno di riconciliazione nazionale?

Turchia, in libertà anche pluriomicidi

La legge sull’esecuzione penale, invece, approvata dal parlamento con l’avallo della Corte costituzionale, ha consentito l’uscita dal carcere di ben 90 mila criminali autentici. Anche pluriomicidi (su una popolazione carceraria totale di circa 300 mila persone), ma non dei prigionieri politici. Che Erdogan vuole restino in cattività. Molti di questi sono da tempo in attesa di processo per accuse di terrorismo o crimini contro lo Stato senza prove nei loro confronti.

Nelle celle sbattuti i critici di Erdogan

L’esclusione dall’amnistia ha così inferto un duro colpo alla speranza dei prigionieri politici di rivedere presto la luce, portandone alcuni al suicidio. Mentre nelle celle svuotate di delinquenti vengono gettati nuovi intellettuali, giornalisti e blogger che hanno osato criticare pubblicamente il sultano-presidente-dittatore o il governo per la cattiva gestione della crisi generata dal coronavirus. Su questi, e su altri che non sono (ancora) stati arrestati, pesano denunce penali per aver insultato Erdogan e per averne danneggiato la reputazione, oppure, più genericamente, per incitamento all’odio e all’inimicizia.

L’Iran libera 50mila criminali comuni

Un copione simile a quello turco sta andando in scena nelle famigerate prigioni iraniane.  Il Paese che è stato per settimane il secondo focolaio mondiale dopo la Cina. Per limitare i rischi di trasmissione del contagio tra i detenuti, il governo del presidente “moderato” Hassan Rohani ha pensato bene di metterne a piede libero in via temporanea oltre 50 mila. Fatta naturalmente eccezione per i dissidenti. Ciò, tuttavia, non è bastato a impedire che il coronavirus si diffondesse ugualmente nelle carceri. Andando a colpire, tra i “nemici” del regime, l’ambientalista Sam Rajabi e l’influencer Fatemeh Khishvand (alias Sam Rajabi, per gli utenti di Istagram).

La dissidente Nasrin Sotoudeh in sciopero della fame

A trovarsi in una condizione di particolare esposizione alla malattia sono le donne del braccio femminile del famigerato carcere di Evin a Teheran. Tra queste, spicca Nasrin Sotoudeh, l’avvocatessa condannata a 38 anni di carcere e 146 frustate per la sua battaglia contro il velo obbligatorio. Offrendo un grande esempio di dedizione e coraggio, Nasrin ha lanciato uno sciopero della fame per la liberazione di tutti i prigionieri politici. Il grido di Nasrin, l’ennesimo, è però rimasto e rimarrà inascoltato. In Turchia come Iran, la sicurezza dei regimi viene sempre prima sia della giustizia, che della tutela della salute pubblica.

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