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Saman Abbas
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E’ fondamentale che le istituzioni si interroghino sul tipo di integrazione che vogliono intraprendere gli immigrati. Non è più possibile girarsi dall’altra parte, occorre aprire una seria riflessione perché non ci siano altri casi come quelli di Saman.

Due donne lontane migliaia di chilometri l’una dall’altra, con storie di vita estremamente diverse. Eppure, con modalità diverse e del tutto inconsapevolmente, sono riuscite a mettere in crisi la parte più estrema (e non solo) della sinistra italiana. Un fulmine a ciel sereno, devastante, che apre però una riflessione politica e culturale molto ampia.

Kamala Harris, vice presidente degli Stati Uniti e prima donna a ricoprire questo incarico, e Saman Abbas, una giovane ragazza pakistana che viveva in Italia. Non potevano essere più distanti tra loro i profili di queste donne. Eppure, lontane ma vicine, hanno messo a nudo l’ideologia radicalizzata di certa sinistra. La prima, chiedendo ai migranti di non andare negli Stati Uniti perché sarebbero stati respinti, ha fatto crollare il mito della sinistra immigrazionista nostrana che proprio nella nuova presidenza Usa sperava di trovare un appoggio per giustificare le proprie posizioni.

L’altra, Saman, che come unica colpa aveva quella di voler vivere, ha distrutto in un attimo la propaganda pro Islamismo portata avanti da pezzi della società e della politica italiana. Tutto in un solo colpo, all’improvviso. E mentre si cercano i resti della povera ragazza tra le campagne di Novellara, i “buonisti” scavano per trovare parole adeguate a confezionare dichiarazioni efficaci a favore di telecamera. Ma l’impresa è ardua.

Rispetto alla dichiarazioni di Kamala Harris, attaccata anche dall’ala più estrema del suo partito, sono partite ricostruzioni, anche piuttosto fantasiose, nel tentavo di salvare la “compagna” Kamala. Tra queste, quella dell’inviata Rai, Giovanna Botteri, che da Pechino spiega all’AdnKronos come la Harris sarebbe stata vittima di una “trappola”. E dal Pd, dopo qualche momento di smarrimento, fanno sapere che condividono la linea della Harris, che dicono è anche la loro, cioè quella di riaprire i flussi regolari per bloccare il traffico di esseri umani.

Un capolavoro politico, degno del miglior prestigiatore. 

Ma ciò che più sconvolge, è che neanche davanti agli occhi belli e profondi di Saman, che forse si sono chiusi per sempre, certa sinistra è riuscita a condannare apertamente l’islamismo radicale, lanciandosi anche questa volta in spericolati equilibrismi. Cara Dacia Maraini, ancora parliamo della Santa Inquisizione per tentare di difendere le barbarie commesse da altre religioni e spostare l’attenzione su altro? Questa posizione è comprensibile (anche se fino ad un certo punto), quando proviene da persone come Nadia Bouzekri, vicepresidente dell’Ucoii, l’Unione delle comunità islamiche italiane, che ha chiaramente detto di non voler chiamare “fondamentalista la famiglia di Saman” perché “qui la religione non c’entra, siamo nell’ambito del femminicidio, molto diffuso anche in Italia”.

A questo punto, è fondamentale che le istituzioni si interroghino sul tipo di integrazione che vogliono intraprendere gli immigrati. Non è più possibile girarsi dall’altra parte, occorre aprire una seria riflessione perché non ci siano altri casi come quelli di Saman.

Di Souad Sbai tratto da LaNuovaBussolaQuotidiana

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