Strage del Bataclan, giustizia è fatta? Dal punto di vista francese è una vittoria e l’onore della nazione è salvo. Ma dal punto di vista jihadista? Per un attentato che ha fatto 130 morti, hanno 7 martiri e un “eroe” in carcere a vita. Chi invece uscirà dalla galera non è pentito e potrebbe tornare alla violenza. E la Francia è sempre più islamizzata.

Strage del Bataclan, giustizia è fatta? Dipende dai punti di vista. A distanza di (ben) 7 anni, il processo di primo grado per gli attacchi terroristici che hanno travolto Parigi il 13 novembre 2015 sembra aver soddisfatto le attese sia dell’accusa in rappresentanza delle vittime, che delle istituzioni, della politica e dei media francesi: la corte ha infatti accolto tutti i capi d’imputazione per 19 dei 20 soggetti incriminati, condannati a vario titolo per reati legati al terrorismo jihadista, con il picco dell’ergastolo senza possibilità di riduzioni di pena comminato a Salah Abdeslam, l’unico degli attentatori ad essere sopravvissuto. “Una pena rarissima”, ha precisato France 24, sulla scia dell’enfasi generale con cui è stato salutato il verdetto.

“Giustizia è stata resa in nome del popolo francese”, ha affermato la presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun-Pivet. “Di fronte al terrore del 13 novembre, abbiamo opposto le armi della democrazia e dello Stato di diritto”. E da questa falsariga, commentatori e opinionisti vari non si sono discostati sui giornali e nel corso delle numerose trasmissioni televisive che si sono occupate del processo. L’orchestra della narrativa ufficiale, tuttavia, se da un lato punta a riscattare “l’onore della Nazione”, evocato da Braun-Pivet, dall’altro è una coperta troppo corta per nascondere quella che, nell’ottica jihadista, viene invece considerata una totale débâcle da parte del nemico.

Il punteggio parla chiaro: nell’assalto coordinato multiplo che quel maledetto venerdì, oltre al teatro del Bataclan, ha colpito lo Stade de France e le vie dei caffè e dei ristoranti di Saint Denis, gli “infedeli” rimasti uccisi sono stati 130 e oltre 400 i feriti, mentre i presunti “martiri” ammontano a 7, tutti felici di aver trovato la loro stessa morte nel compiere il massacro. Gli arrestati per aver collaborato alla messa in atto dell’operazione sconteranno, chi più chi meno, qualche anno di carcere, dove con ogni probabilità continueranno a coltivare cattivi sentimenti e intenzioni, e una volta usciti torneranno ai circoli radicali che frequentavano prima della detenzione.

A Salah Abdeslam questo privilegio non sarà concesso, ma che importa? Il fatto di aver ricevuto “una pena rarissima” non fa altro che aumentarne i tratti da eroe agli occhi di militanti e simpatizzanti, sempre bisognosi di nuove fonti d’ispirazione per alimentare la fede jihadista che li possiede. Per lui, piuttosto, resta il rimpianto di non essere riuscito a realizzare i propositi di martirio, ma con la convinzione di aver svolto il proprio dovere, secondo i dettami dell’ideologia estremista di cui l’ISIS è portatore. Tracce di pentimento tra gli imputati non ce ne sono state, solo tentativi di alleggerire opportunisticamente le responsabilità addebitategli. Salah Abdeslam, ad esempio, ha sostenuto di aver dismesso volontariamente la cintura esplosiva per impedire che detonasse, quando è stato solo il suo mancato funzionamento a impedirgli di raggiungere il “paradiso”.

Allora, chi ha vinto la battaglia? Non certo la Francia, anche alla luce della strage avvenuta non molto tempo prima, il 7 gennaio 2015, presso la sede di Charlie Hebdo, e della striscia di sangue che ha continuato a macchiare la vita del paese negli anni successivi, con i camion suicidi di Nizza e Strasburgo, accoltellamenti e decapitazioni, immancabilmente in stile ISIS. Con la brutale uccisione del professor Samuel Paty il 16 ottobre, legata all’annosa vicenda di Charlie Hebdo, l’onda lunga del terrorismo sembra essersi placata, ma il “jihad” prosegue attraverso altri canali. Precisamente, quelli dell’islamismo radicale in versione movimentista e sessantottina, che con l’appoggio di una certa sinistra “progressista” ha alzato veementemente le barricate in opposizione ai tentativi di Macron di neutralizzare, o quanto meno allontanare il più possibile nel tempo, lo spettro della “sottomissione” già identificata da Michel Houellebecq come l’ineluttabile destino della Francia.

Il “separatismo” è una già realtà pressoché incontrovertibile, fatta di quartieri o persino d’intere città dove a vigere non è più lo Stato di diritto, ma la “sharia” nella sua interpretazione più fondamentalista. Eppure, si è gridato alla persecuzione quando, sulla base della nuova legislazione promossa dal presidente francese nel corso del suo primo mandato, sono stati presi provvedimenti nei confronti di qualche moschea e di qualche imam semplicemente per arginare la predicazione estremista. Impedire l’uso “politico” del velo e financo del “burqini”, vale la patente d’“islamofobo” razzista, con relativa infamia pubblica, mentre naturalmente è l’opposizione di Marine Le Pen a minacciare la democrazia in Francia e nel resto d’Europa (perché “patriottica”?). E c’è da scommettere che sono in molti a classificare i terroristi “jihadisti” del Bataclan come casi di “mancata integrazione”, della quale la colpa ricade tutta sugli stessi francesi.

In un simile scenario, la valenza delle condanne emesse nei confronti di Salah Abdeslam e compagni ne esce fortemente ridimensionata, e con essa “l’onore della Nazione”.

Di Souad Sbai

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